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82/2009
Sciopero nel Sulcis Iglesiente. In 20 mila contro la crisi dell’industria e del territorio


Carbonia - Dare un futuro al Sulcis-Iglesiente. Un obiettivo che venerdì 13 marzo sono valsi una giornata di sciopero generale intorno a Cgil, Cisl e Uil, 24 ore di mobilitazione totale e l’adesione di un lungo elenco di categorie produttive (Coldiretti, Cia, Confcommercio, Cna, Confartigianato, Apisarda, Confesercenti, Consorzio fieristico sulcitano), organizzazioni di volontariato, associazioni di categoria, chiesa, sindacato dei tabaccai e oltre 20 mila manifestanti. La crisi del sistema industriale del polo di Portovesme, con 1500 lavoratori in cassa integrazione, la fermata dell’Eurallumina, la minaccia di ridimensionamenti produttivi nella filiera dello zinco, rischia di portare al collasso tutto il territorio. Non è un caso che, unitamente ai sindacati, tra i più impegnati animatori delle proteste ci siano i sindaci dei 23 comuni della provincia sulcitana, che a turno stazionano da due settimane in piazza Montecitorio per richiamare l’attenzione della Camera e del Governo sulla crisi del territorio. I primi cittadini, infatti, vedono lentamente sgretolarsi sotto i loro occhi il sistema civile locale: i giovani riprendono la strada dell’emigrazione, i paesi si spopolano, incertezza e disagio economico-sociale diventano comune denominatore, si riduce, quando non si spegne del tutto, ogni dinamica culturale. In tutta la provincia della Sardegna sud-occidentale su una popolazione di 132.000 abitanti, il tasso di disoccupazione supera il 25%, 25.000 persone lavorano e 24.800 lo cercano
“Non ci vuole molto per capire, come la Cisl ripete da anni – dice il segretario generale Mario Medde – che la causa della maggior parte dei mali di cui soffre la Sardegna è da ricercare nella mancanza di lavoro. Si rimettano in moto i meccanismi che generano occupazione e si vedrà che la povertà diminuirà, i giovani rimarranno nell’isola, lo spopolamento verrà frenato, i comuni piccoli e grandi ricominceranno a vivere”.
Il colpo di grazia al sistema Sulcis l’ha dato la crisi dell’Eurallumina, un colosso in funzione da 40 anni, per decenni status symbol e meta desiderata di ogni diplomato sulcitano. Dal primo di aprile metterà quasi 400 lavoratori in Cig per un anno. Resteranno in attività, a turno, 60 operai per assicurare la manutenzione ordinaria. La Rusal, la multinazionale russa proprietaria dello stabilimento di Portovesme, non ce la fa più a tenere il passo della crisi. Mercoledì 11 marzo, alle 9,42, la direzione aziendale ha ordinato di staccare la spina agli impianti in attività dal 1970 e ha fermato la centrale termica. Per oltre 700 operai impegnati (quasi 400 diretti, i restanti nel libro matricola delle imprese d’appalto) è la fine di una storia. Sindacati e Regione tentano con tutte le forze di scrivere un altro epilogo, che porti dallo stand by tecnico a una ripresa delle attività. Nei prossimi giorni una serie di incontri tecnici per mettere a punto un protocollo d’intesa ed evitare la serrata. Il 23 marzo la riunione definitiva.
La possibile caduta di quello che sembrava un monumento “aere perennius”, eterno, ha allarmato il sindacato, giacché molti sono gli scricchiolii provenienti dal polo industriale sulcitano dove oggi operano 6500 lavoratori, il doppio solamente una decina di anni fa. I più pericolosi li denuncia da diversi anni la Glencore, multinazionale svizzera proprietaria della Portovesme srl. Da tempo questa società chiede tariffe energetiche competitive, la realizzazione di un parco eolico a Portovesme e la firma di un protocollo d’intesa per investire 150 milioni di euro nel raddoppio delle celle per la produzione di zinco elettrolitico. «Con gli attuali prezzi dello zinco sul mercato è impossibile – dicono i dirigenti della Portovesme srl –tenere il passo della concorrenza». Tra due mesi la prossima verifica, quella finale, forse decisiva anche per questo stabilimento.

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