Cagliari - Il quotidiano «L’Unione Sarda» l’8 marzo scorso ha pubblicato un articolo di Oriana Putzolu, segretaria regionale Cisl, sulle problematiche delle donne in Sardegna. Ecco il testo
«E’ un 8 marzo denso di preoccupazioni e di poche speranze per le donne sarde. Le mimose non fioriscono quest’anno per le numerose impiegate e operaie costrette a casa dalla chiusura delle fabbriche tessili del Nuorese, del Marghine e della Baronia, delle industrie del Sulcis e del Sassarese. Crisi finanziarie e scelte di mercato hanno bloccato i cancelli a Portotorres e nel Cagliaritano. Per le donne sarde non c’è pace, per loro non c’è via d’uscita al dramma della disoccupazione: se non la vivono direttamente sulla propria pelle, la sperimentano di riflesso, portata in casa da un marito o un padre “rottamato” a 50 anni. Solo nell’industria i posti di lavoro a rischio sono 6000 ed è facile immaginare pensieri e sentimenti di mogli e figlie costrette a convivere con l’incertezza sul futuro. Stati d’animo che, come documentano i medici, lasciano preoccupanti segni sull’equilibrio psicofisico. Una contabilità del dolore che farà conoscere i risultati tra qualche tempo.
«La condizione lavorativa femminile in Sardegna è fotografata nella sua drammaticità dall’ultima rilevazione Istat relativa al terzo trimestre 2008. Le forze lavoro (gli attivi nel mercato del lavoro) sono 694.000, di cui donne solamente 278.000. Gli occupati sono complessivamente 619.000: 378.000 uomini (tasso di occupazione 64,2%) e 241.000 donne (42,1%). Gli indicatori evidenziano chiaramente che tra le non forze lavoro (15-64 anni) è maggiore la presenza femminile e vi sono ben 68.000 donne disponibili ad entrare nel mercato del lavoro. Se vi riuscissero potrebbero abbattere il divario con la corrispondente percentuale maschile e far crescere il tasso di attività.
«Le mimose non fioriscono per almeno 227.000 donne sarde indisponibili a lavorare. Non perché interessate da un improvviso benessere, ma perché “scoraggiate” dalla ricerca continuamente inutile e negativa di una qualche occupazione o perché impegnate in famiglia nell’educazione dei figli, nell’assistenza a un genitore anziano e a un parente con handicap o perché intorno al lavoro manca una rete dei servizi sociali di supporto alla famiglia e alla maternità. Una rete carente, soprattutto per la prima infanzia, e al di sotto delle necessità delle donne che lavorano. Solo il 14,9% dei Comuni sardi ha attivato servizi per i fanciulli più piccoli e solo il 10% dei bambini da 0-3 anni ne ha usufruito. Una rete, per altro, costosa: il prezzo dei nidi pubblici privati è in media di 273 euro mensili. Secondo un’indagine Istat del 2005, condotta su un campione di 50 mila madri, il 32,7% delle mamme sarde, che non si avvale di un asilo nido, ha dichiarato che in realtà avrebbe voluto usufruire dei suoi servizi. Indicativo l’alto numero di madri ( 48,6%) che tra i motivi della non frequenza ha messo la mancanza di asili nel Comune o asili troppo distanti.
«Le mimose non fioriscono neppure per centinaia di laureate - nel 2007 costituivano il 19,4% (contro il 9% di maschi) delle forze lavoro – che dopo l’Università attendono un’occupazione rapportata al titolo di studio conseguito, ai sacrifici della famiglia, e che ancora non l’hanno trovata nonostante corsi, tirocini, master and back e che, se non l’hanno ancora fatto, prendono in seria considerazione l’opportunità di emigrare.
«Mimose sfiorite anche per migliaia di immigrate, alle quali per necessità lavorative non è consentito neppure far nascere tranquillamente un figlio.
«Sarà ancora un 8 marzo di problemi. La lotta per la liberazione della donna e per la pari dignità di genere deve ancora conoscere numerose tappe prima di essere vinta. Le mimose fioriranno completamente in Sardegna quando il lavoro sarà veramente per tutti. E quando, per la composizione della Giunta regionale, non si parlerà più di obbligatorietà della quota rosa e non ci sarà più bisogno di Commissioni per le Pari Opportunità e di Consigliere di parità. Quel giorno, purtroppo, è ancora lontano».
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