Cagliari -
Il 17 dicembre 2010 le segreterie regionali Cgil, Cisl e Uil hanno realizzato il secondo atto del programma di mobilitazione messo a punto per sensibilizzare le forze sociali, imprenditoriali e istituzionali sui problemi dell’emergenza Sardegna e sulla necessità di ammodernare l’isola a tutti i livelli, con il ricorso anche a modifiche delle sue leggi fondamentali. Al convegno hanno partecipato con i segretari regionali Enzo Costa (Cgil), Mario Medde (Cisl) e Francesca Ticca (Uil), il segretario del Pd, Silvio Lai, il direttore dell’Anci Sardegna, Umberto Oppus, e l’economista Beniamino Moro. Assente il presidente della Commissione Antimafia, il senatore Giuseppe Pisanu, che ha inviato al segretario generale Cisl, la nota seguente:
Caro Mario,
l'influenza di stagione mi impedisce, purtroppo, di raggiungervi a Cagliari: me ne dolgo molto e Ti prego di giustificarmi con tutti gli amici che partecipano alla riunione.
Ho letto, a suo tempo, il documento preparatorio e ho seguito, seppure a distanza, l'assemblea del 30novembre. Condivido in buona parte i contenuti del documento e totalmente la forte ispirazione unitaria che lo guida.
La Sardegna, infatti, ha veramente bisogno di unire tutte le sue energie migliori per superare questo momento di storia, che è forse il più difficile della sua esperienza autonomista.
L'uscita dalla recessione generale sarà lunga, incerta e faticosa per tutta l'Italia, ma specialmente per le regioni e le categorie sociali più deboli. E chi oggi è più debole di noi?
Per quel che ricordo degli ultimi cinquanta anni di vita politica sarda, io non ho mai visto affollarsi tanti disagi in una sola volta.
Mai, se si esclude il settore turistico, la nostra intera economia ha dovuto affrontare prove così dure. Mai, la voce dei sardi à stata così flebile in tutti i grandi centri di decisione politica, economica e sociale.
Mai abbiamo visto dileguarsi così rapidamente tante opportunità esterne di sviluppo: penso all'uscita dall'obiettivo Uno dell'Unione Europea; penso all'inevitabile riduzione dei trasferimenti dal bilancio dello Stato a quello regionale; penso (perché non dirlo?) al vento del Nord che soffia qui a Roma, convogliando in quella direzione gran parte delle risorse disponibili e, in particolare, della cosiddetta«spesa pubblica allargata destinata allo sviluppo».
E' dunque facile prevedere che il 2010 sarà un "annus horribilis " per la Sardegna e specialmente per i lavoratori e le loro famiglie, molti perderanno il posto e i meno protetti anche il pane. E' invece molto difficile immaginare come una società, già sfibrata dalla disoccupazione e dalla paura del peggio, possa coltivare una idea ragionevole di ripresa ed aprire l'animo alla speranza civile.
Ma una classe dirigente appena degna di questo nome non può abbandonarsi alla deriva. Deve, invece, contrastarla in ogni possibile modo.
Se oggi la Sardegna sconta gli effetti congiunti della sua massima debolezza economica e politica, noi abbiamo il dovere di reagire unendo le forze di tutti i gruppi dirigenti che sono ancora capaci di anteporre il bene comune ai pur legittimi interessi di parte.
Prima viene la Sardegna, poi il mio partito, il mio sindacato, la mia associazione. Peraltro, in situazioni come queste, nessuno ha la forza di salvarsi da solo: né il singolo partito o sindacato, né la singola associazione o categoria, né la singola città o provincia, proprio nessuno.
Tanto meno vedo politici sardi in grado di salvarsi dentro il loro effimero sistema di potere, come il profeta Giona nel ventre della balena.
Dobbiamo dunque procedere insieme; innanzitutto per il pane e il lavoro; e poi per uscire dalla crisi con un progetto o almeno una idea comune sulla fisionomia economica, sociale e civile della Sardegna di domani.
Non entro nel merito di questi problemi che peraltro sono già stati ampiamente esaminati nel Piano Cappellacci, nel documento CIGL-CISL-UIL e nella stessa "Carta di Zuri".
Qui mi preme porre una decisiva questione di metodo. Perché la scelta di unirci a sostegno di un progetto comune per la nostra Isola diventa una priorità politica che impegna, prima di tutti e fino in fondo, i consiglieri regionali e i parlamentari sardi.
Questa scelta deve assumere forma definitiva nelle istituzioni autonomistiche; deve trovare il sostegno risoluto dei sardi nel Senato della Repubblica e nella Camera dei Deputati; deve fare affidamento sul contributo costante di tutte le altre forze che le hanno dato vita.
Insisto sul primato delle istituzioni democratiche, ben sapendo che esse sono come le fortezze: la loro efficacia dipende dalle guarnigioni che le presidiano e, non di meno, dai cittadini che le hanno poste a loro difesa.
Nei momenti migliori della nostra autonomia vennero proprio da lì gli impulsi più convincenti per il primo piano di Rinascita, per la politica contestativa di Paolo Dettori, per il riscatto delle zone interne... ma sempre sotto la spinta e sulla linea di vaste mobilitazioni unitarie.
Anche la recente iniziativa del Presidente Cappellacci per la difesa delle nostre industrie da Porto Torres a Porto Vesme, ci ha confermato che quando la forza maggiore degli interessi esterni sottovaluta o addirittura ignora le nostre giuste ragioni, non c'è risposta più valida dell'unità morale e politica dei sardi.
Perciò, parafrasando un grande meridionalista, oggi mi sento di ripetere: la Sardegna salvi la Sardegna, la Rinascita comincia da noi.
Ecco perché, caro Mario, aderisco alla vostra iniziativa, esprimendo la mia ammirazione alla CGIL, alla CISL e alla UIL della Sardegna non solo per aver superato con un colpo d'ala le divisioni nazionali, ma anche per essersi caricate generosamente di responsabilità che vanno ben oltre la loro specifica dimensione sindacale.
Mi auguro che l'esempio serva a noi politici.
Scusami ancora con tutti i convenuti per la mia assenza e anche per questa lettera buttata giù, è proprio il caso di dirlo, in maniera febbrile. Con viva amicizia. Giuseppe Pisanu |