Cagliari – «Il problema-lavoro e la situazione del welfare regionale sono ormai diventati una questione di genere e hanno assunto le dimensioni di una discriminazione di fatto nei confronti delle donne». La segretaria regionale Cisl, Oriana Putzolu, ancora una volta richiama l’attenzione sui problemi della condizione femminile. Per la sindacalista di via Ancona una cosa è certa: «La disoccupazione rende le donne ancor più deboli, le sospinge alle soglie del dramma quando sono sole e con figli minori a carico e la povertà assoluta diventa per loro un rischio reale».
La Sardegna «in rosa» è un pianeta in pericolo, proprio a causa dei numeri sempre in rosso dell’occupazione femminile. «La Cisl sarda – dice la Putzolu - chiede alla Regione di individuare un pacchetto di politiche attive del lavoro specifiche per le donne - correggendo, modificando ed, eventualmente, sostituendo quelle esistenti - accompagnate da un piano articolato per promuovere formazione e occupazione femminile e da interventi sul welfare per facilitare e incentivare accesso e permanenza delle donne nel sistema produttivo».
Anche l’ultima rilevazione trimestrale Istat ha sentenziato che su una forza lavoro di 705.000 unità, le donne sono solamente 285.000. Le non-forze lavoro sono 960.000 di cui 563.000 le donne. A parte le 100.000 ragazze sotto i 15 anni d’età e le 173.000 over 64 anni, nella fascia più propriamente lavorativa (15-64) figurano ben 289.000 donne. Esplorare questo microcosmo riserva clamorose sorprese: 33.000 cercano lavoro non attivamente, 12.000 sono disponibili a lavorare solamente a certe condizioni, 30.000 non cercano ma sono disponibili a lavorare, mentre 214.000 non cercano e non sono disponibili a lavorare.
«In questo mondo del no – aggiunge la segretaria regionale Cisl - rientra sicuramente il fenomeno delle scoraggiate: ragazze e donne mature, stanche di cercare inutilmente un posto, rinunciano definitivamente per rinchiudersi nell’alveo familiare dove il lavoro sicuramente non manca. Sono quelle che partono con un handicap culturale notevole. Nonostante i forti progressi fatti sul fronte scolastico dalla componente femminile negli ultimi decenni, che ha portato le donne a superare i maschi nella percentuale di titolari di dottorato, laurea e diploma universitario (rispettivamente 9,9% contro 6,9% nel 2008), nella forza lavoro femminile resta sempre lo zoccolo duro – il 61,4% - fermo alla terza media o senza titolo. Per non dire del solo 2,4% di donne con qualifica professionale. La prima emergenza sociale, dunque, strettamente collegata al lavoro, è rimettere ordine al sistema scolastico e formativo regionale».
Tra le 213 mila donne ferme alla licenza elementare e prive di titolo scolastico è forte il rischio di un analfabetismo di ritorno per niente compensato alla scuola delle fiction televisive, passatempo pressoché obbligato di tante casalinghe.
La seconda emergenza- per la Putzolu - è posta dalle 75.000 donne che, pur pronte al lavoro, se ne tengono lontane con una o più motivazioni. La più importante è la necessità di assistere un familiare impedito. La legge 162/98 quantifica in Sardegna oltre 25 mila disabili gravi, di cui 10.389 con meno di 65 anni e 15.208 over 65. «A costoro bisogna aggiungere – dice la sindacalista - le mamme tenute in casa da bambini talassemici, diabetici, malati sensoriali e le giovani spose che, dopo la nascita del primo figlio, non riescono più a conciliare lavoro e famiglia».
Il potenziamento dei servizi alla persona, una rete razionale di asili nido, l’attivazione di servizi per il tempo libero organizzato dei bambini, l’apertura di centri comunitari ricreativi per anziani sono altri strumenti di incentivazione al lavoro femminile. Non basta stanziare consistenti risorse, è necessario anche finalizzare utilmente la spesa. Quella per il welfare al femminile è sicuramente un utile investimento.
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