Cagliari – La Cisl sarda terrà, il 13 novembre a Cagliari presso l’Hotel Mediterraneo, una riflessione con specifici apporti esterni, sul tema «Lavoro sviluppo e autogoverno nella Sardegna post-autonomistica». Parteciperà il gruppo dirigente della Cisl sarda, con il contributo del senatore Giuseppe Pisanu, e con le comunicazioni di Beniamino Moro (docente universitario)e di Umberto Oppus (direttore Anci Sardegna).
L’iniziativa è importante in considerazione anche dell’urgenza che le riforme istituzionali ed economiche hanno per una strategia regionale di rilancio della crescita economica e della promozione del lavoro.
I contenuti del seminario
La Specialità e la Rinascita hanno accompagnato, come idee forza, le speranze dei sardi nella lunga fase della prima modernizzazione dell’Isola. Si è però di fronte a un loro innegabile logoramento.
La Rinascita, pur permanendo come norma costituzionale, pare essere stata rimossa anche dal dibattito politico. Eppure sono ancora evidenti i divari economici e sociali che l’hanno motivata.
Si aggiunga l’obiettiva rottura del Patto Costituzionale tra Stato e Regione su temi decisivi, quali il lavoro e altri diritti di cittadinanza, che andrebbero invece adeguatamente supportati.
Una legislatura costituente per la Sardegna è tale se si pone questi obiettivi e se, in forme specifiche e con metodo proporzionale, si dà vita a un’Assemblea Costituente che approvi il nuovo Statuto dell’Isola.
In una fase straordinaria assume grande rilevanza un congresso delle rappresentanze del popolo sardo per sostenere il necessario cambiamento economico e sociale e l’Assemblea Costituente come momento più rappresentativo di questa svolta.
Bisogna infatti pensare e programmare lo sviluppo, con un’idea di società improntata ai valori di giustizia sociale e di libertà. Valori e progetti da collocare oltre l’autonomia e la specialità così come le abbiamo conosciute. Queste, infatti, dicono tutto o quasi sul recente passato, ma nulla o quasi sul futuro.
Si sono modificate le categorie politiche, istituzionali, economiche e sociali che davano linfa e razionalità all’autonomia, così come storicamente è stata rivendicata e attuata nella dimensione della specialità.
È profondamente mutata la situazione internazionale ed europea, e con essa l’economia e la finanza. È cambiato lo Stato.
Che cosa è dunque all’ordine del giorno della politica e delle istituzioni sarde? Quale idea e progetto per le istituzioni e la società?
Forse l’autogoverno come forma più avanzata della specialità che si afferma in uno Stato federalista? Oppure l’autogoverno come indipendenza? O, ancora, il ristagno non solo politico di un’autonomia ormai superata anche dalle dinamiche interne e dalla forza delle regioni a Statuto ordinario?
Sottrarsi a questi interrogativi comporta il pericolo dell'emarginazione, in Italia e in Europa, e di un ulteriore arretramento economico e sociale.
La Regione deve comunque fare i conti con il federalismo fiscale. Infatti, il rapporto tra accumulazione della ricchezza e centri e capacità di spesa (ivi compresa la rinegoziazione del patto di stabilità interno) rappresenta una questione ineliminabile per qualsivoglia scelta di sviluppo. Nel contempo è una priorità la definizione degli assetti istituzionali dell’Isola, per attuare il federalismo interno sulla base del quale rinegoziare con lo Stato poteri, risorse e funzioni.
In questa direzione, il federalismo cooperativo e solidale rappresenta una risposta coerente con le storiche aspettative dei sardi e un obiettivo praticabile nell'attuale fase storica.
Non c’è però più tempo da perdere!
I più importanti indicatori economici e sociali dell’Isola volgono in senso negativo: lavoro, produzione della ricchezza, reddito delle famiglie. La conseguenza più evidente è l’aumento delle povertà, con più di trecentomila persone al di sotto della soglia della povertà relativa.
Eppure un’altra Sardegna è possibile: con maggiori opportunità lavorative, e adeguate misure di contrasto della povertà e maggiori tutele sociali.Si tratta altresì di conciliare l’esigenza di una maggiore produzione di reddito con una più equa distribuzione della ricchezza. È un impegno che richiede un nuovo Patto dei Sardi e una stagione di grande e diffusa partecipazione.
A tal fine è indispensabile una politica non minimalista, valori, programmi, capacità attuativa, radicamento sociale, nei quali incardinare una rappresentanza politica non solo elettorale.
S’impone dunque un’idea e pratica della politica come dimensione popolare e diffusa, e la democrazia rappresentativa, con la valorizzazione dei corpi sociali, come strumento e insieme di regole che meglio e più di altri riesce ad affermare le libertà individuali e collettive.
Non è solo un problema di risorse finanziarie, ma di quante e quali ragioni e passioni, come sardi, sapremo mettere in campo per essere realmente liberi.
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