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235/2009
Sciopero dell’Industria e dei servizi a rete: In 20 mila per rilanciare occupazione, sviluppo e sicurezza


Cagliari - Il caldo estivo non ha stemperato la protesta dei lavoratori sardi. Anzi l’ha rilanciata. Le prossime piazze a tingersi dei colori di Cgil, Cisl e Uil Sardegna potrebbero essere, fra qualche settimana, quella di Montecitorio o di Palazzo Chigi. Una promessa e un impegno preso dai 20 mila che, venerdì 10 luglio, hanno invaso le strade del capoluogo per gridare la fine della tregua tra mondo del lavoro e istituzioni. Una cosa è certa: a nessuna multinazionale sarà più consentito venire in Sardegna, succhiarne risorse e capitali e poi ripartire lasciando in eredità inquinamento e macerie economiche e sociali.
Tempo sette giorni e si saprà se la protesta delle tute blu sarde prenderà la strada di Roma molto prima che ferragosto mandi tutti a casa. La strategia sindacale è già tracciata. Mercoledì prossimo Cgil, Cisl e Uil parteciperanno, con le forze imprenditoriali, a una seduta straordinaria del Consiglio regionale, richiesta dal Presidente della Regione, sulla crisi economica dell’isola. Due giorni dopo i sindacati hanno chiesto di partecipare al tavolo istituzionale, organizzato a Palazzo Chigi tra Giunta e Governo, per discutere della vertenza-Sardegna. Se da Roma arriverà un gigantesco “non expedit” – non conviene – navi e aerei sarebbero prenotati in un amen e una nuova manifestazione romana calendarizzata in poche ore.
La Sardegna è in piazza perché le ciminiere si stanno lentamente e inesorabilmente spegnendo. Nell’ultimo anno l’industria ha perso 10 mila posti di lavoro, la rete dei servizi ha espulso 24 mila lavoratori, 600 piccole e medie aziende hanno chiesto il ricorso agli ammortizzatori sociali. Anche le multinazionali hanno intrapreso vie di fuga: l’olandese Unilever, la russa Rusal, la svedese Rockwool, l’americana Dowchemical, l’inglese Ineos e il loro indotto stanno per diventare vuote sigle dietro le quali si sta consumando il dramma di migliaia lavoratori e delle loro famiglie. Molti presenti a Cagliari con figli al seguito.
«La crisi dei siti chimici in Sardegna – ha detto il segretario generale Cisl, Mario Medde nel discorso conclusivo della manifestazione – è figlia anche del disinteresse e delle inadempienze della politica e dello Stato. E’ in questo quadro che si concretizza la scelta dell’Eni di ritirarsi dalla nostra isola, dal petrolchimico di Portotorres, adottando una strategia mordi e fuggi e privando, nel contempo, l’economia italiana di un serio impegno nel settore della chimica». La scelta dell’Ente nazionale idrocarburi brucia particolarmente. Per i lavoratori e il sindacato è il segno che lo Stato-ragioniere – socio di maggioranza e pagatore di un ente economico - abbandona al proprio destino una parte del territorio, i cittadini, un popolo. Un tradimento. «La scelta dell’Eni – dice Medde – è una provocazione non solo sul versante delle strategie di politica economica e industriale del paese, lo è ancora di più per un’isola che ha pagato un prezzo altissimo in termini di risorse finanziarie investite e di costi ambientali subiti, per i quali la Regione e gli enti locali devono avviare un adeguato contenzioso nei confronti dell’Eni».
Il caldo non ha fermato la voglia di combattere dei sardi. 96 pullman sono arrivati a Cagliari da tutta la Sardegna, due treni speciali, migliaia di auto hanno stretto la città in una impressionante morsa sindacale. Anche migliaia di turisti, sbarcati da due grandi navi da crociera, hanno preso confidenza con i nomi del malessere sardo: la Legler e i suoi tre stabilimenti chiusi o funzionanti a regime ridotto, Portovesme Srl ed Euroallumina nel Sulcis sempre con la spada di Damocle della chiusura per gli alti costi dell’energia; le industrie agroalimentari del Cagliaritano e del Medio Campidano da tempo pronte al decollo ma mai in volo sicuro, il comparto dei lapidei della Baronia e della Gallura «tagliato» come i suoi marmi e graniti; il polo nautico dell’Ogliastra ridimensionato dopo pochi mesi di vita. Infine il Petrolchimico di Portotorres che in un colpo solo potrebbe mandare a casa 3000 persone.
«Il lavoro – ha detto Medde – è al centro della questione sociale. Anzi: è la vera questione sociale. La conseguenza più evidente è l’impoverimento delle persone e delle famiglie in una dimensione che supera persino le altre regioni del Meridione».

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