Cagliari – «La scelta di CGIL CISL UIL della Sardegna di promuovere una mobilitazione dei lavoratori per chiedere che venga rilanciata l’industria e per sostenere la crescita economica dell’Isola rappresenta un’opportunità anche per la Regione e le istituzioni sarde.
Infatti, nella convulsa situazione che caratterizza a livello internazionale e nazionale tutte le economie, il rischio è che le aree più deboli e meno economicamente strutturate come la Sardegna paghino più pesantemente e per una lunga fase l’impatto della crisi finanziaria e produttiva. La Sardegna, inoltre, viene da un lungo periodo di stagnazione economica e necessita di una nuova strategia di politica industriale accompagnata dall’impegno dello Stato e dell’Unione europea.
«Proprio per questi motivi è indispensabile che i bisogni dell’Isola, quelli dell’economia e del sociale in primo luogo, trovino un’adeguata rappresentanza non solo nell’Isola, ma soprattutto a Roma e a Bruxelles. Quelle sedi sono non solo affollate ma impegnate a dare voce a interessi ben più consistenti di quelli della Sardegna. Ecco perché la mobilitazione dei lavoratori è indispensabile in due direzioni: per sollecitare le direttrici e gli obiettivi di un nuovo sviluppo e per riaprire il confronto con il Governo a Palazzo Chigi, e nel contempo rafforzando la presenza degli interessi sardi a Bruxelles.
«È utile riportare alcuni dati per spiegare l’urgenza e il significato delle iniziative di lotta del sindacato sardo. I dati ISTAT sul mercato del lavoro relativi al 4° trimestre 2008 attestano un tasso di disoccupazione del 13,3% rispetto all’11,2% dello stesso periodo del 2007 e al 10,6% del 4° trimestre 2006. Il tasso di attività registra il 58,1%, un dato che rappresenta il minimo storico degli ultimi cinque anni. Gli occupati nel 4° trimestre risultano essere 583.000. Per riscontrare un dato così basso bisogna risalire al 1° trimestre del 2004.
«Il settore industriale ha perso, nel 4° trimestre 2008, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, 20.000 unità occupate, di cui 10.000 nelle costruzioni e il resto nell’industria in senso stretto. Questi indicatori attestano una crisi occupazionale e del mercato del lavoro che rinvia non solo alle croniche difficoltà delle opportunità lavorative, ma soprattutto alla crisi produttiva e industriale.
Il valore aggiunto dell’industria ai prezzi di base, nei dati ISTAT pubblicati sino al 2007, e con il 2008 che non presenta caratteristiche comunque diverse, documenta molto bene le difficoltà del settore industriale.
in milioni di euro
Anno 2000 |
Anno 2001 |
Anno 2002 |
Anno 2003 |
Anno 2004 |
Anno 2005 |
Anno 2006 |
Anno 2007 |
4.375,1 |
4.468,2 |
4.881,1 |
4.801,2 |
4.895,5 |
4.775,2 |
4.644,6 |
4.643,1 |
«La crisi dei settori produttivi nell’Isola è dunque precedente alla recessione mondiale che ha colpito anche il nostro Paese a seguito delle note vicende dei mutui sub-prime.
In questi ultimi anni l’andamento dell’economia regionale attesta questa difficoltà derivante in primo luogo da una crisi produttiva che si riflette nell’indicatore del prodotto interno lordo.
L’evoluzione del PIL 2000/2007 nella variazione annuale evidenzia, infatti, per la gran parte degli anni una fase pre-recessiva; la crescita è vicina allo zero.
percentuale di variazione annua del prodotto interno lordo
Anno 2001 |
Anno 2002 |
Anno 2003 |
Anno 2004 |
Anno 2005 |
Anno 2006 |
Anno 2007 |
+1,92 |
-0,37 |
+2,12 |
+0,86 |
-0,04 |
+0,94 |
+0,69 |
«A fronte di questi dati, in una fase recessiva mondiale che si sovrappone a un lungo periodo di stagnazione dell’economia regionale, è prioritaria una strategia di politica economica e industriale che consenta di governare non solo le emergenze ma di rilanciare, attraverso nuove allocazioni di intraprese, la crescita economica e di promuovere nuove opportunità lavorative.
In questa fase risultano peraltro aggravate tutte le emergenze che stanno soffocando il fragile tessuto economico sardo. Infatti, l’utilizzo degli ammortizzatori sociali è importante ai fini della difesa del reddito dei lavoratori, ma lascia aperto il problema del rientro nel posto di lavoro e del rilancio delle attività produttive.
«Solo per titoli è importante richiamare alcune emergenze industriali:
- il costo dell’energia. Problema di enorme rilevanza anche alla luce del crollo dei prezzi dei metalli.
- La crisi del comparto agro-alimentare che ha perso nell’ultimo anno quattro impianti (unilever, sardegna carni, palmera e formaggi sardi di macomer).
- Le note difficoltà della chimica sarda con 3.500 lavoratori a rischio nel petrolchimico di Portotorres, per il disimpegno di ENI e per le vicende successive all’acquisizione da parte di SARTOR.
- La crisi del polo minero-metallurgico del Sulcis. La punta dell’iceberg è quella di eurallumina a Portovesme, con 700 lavoratori in cig straordinaria, di cui 350 diretti e 350 nell’indotto.
- La crisi del polo tessile nella Sardegna centrale con i tre impianti fermi della legler e 800 lavoratori in legge prodi dall’1 ottobre 2008. La queen è in procedura concorsuale e ha 200 lavoratori in cassa integrazione.
«La situazione è dunque drammatica e non c’è tempo da perdere. La proposta non può essere quella di governare la crisi inseguendo solo le singole difficoltà; ma di collocare queste ultime in una strategia di nuova politica industriale. Le direttrici di marcia che proponiamo, e che necessitano di una grande unità da parte delle rappresentanze economiche, sociali ed istituzionali sono:
- la riapertura immediata del confronto stato-regione-parti sociali a Roma presso la Presidenza del Consiglio;
- un accordo di programma quadro (Intesa Istituzionale di Programma) per rilanciare l’industria e le attività produttive in Sardegna, attraverso il concorso e l’apporto di Stato e Regione;
- l’impegno dello Stato di rilanciare l’attività industriale con interventi specifici a favore dell’agroalimentare, del tessile, dell’aerospaziale, della nautica, delle infrastrutturazioni materiali e immateriali. Nei siti interessati da interventi di risanamento è indispensabile specificare gli interventi e le risorse finanziarie utili alle bonifiche ambientali.
Il rafforzamento dei siti industriali sardi deve avvalersi, inoltre, del coinvolgimento delle partecipate dello Stato quali ad esempio la finmeccanica, e altre;
- rispetto e totale attuazione degli Accordi di Programma già sottoscritti e relativi alla chimica e all’energia;
- avvio di un confronto con l’Unione Europea per la definizione della partita energetica, e per rafforzare gli investimenti sulle infrastrutture materiali e immateriali».
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