Cagliari – Il sindacato è stato invitato alla celebrazione del sessantesimo anniversario della prima seduta del Consiglio regionale della Sardegna. L’attuale situazione economica e sociale dell’Isola impone una riflessione e una proposta che vada oltre la celebrazione dell’avvenimento.
«Il 28 maggio si celebra il sessantesimo anniversario della seduta di insediamento del primo Consiglio regionale della Sardegna.
«La crisi economica e i dati della povertà e della disoccupazione, insieme alle emergenze industriali e produttive, impongono di andare oltre la pura e semplice celebrazione.
«È utile una riflessione che consenta di leggere l’evoluzione della società sarda e le urgenze di oggi alla luce del percorso compiuto e dei problemi ancora insoluti.
«In questi sessant’anni la Sardegna si è emancipata e ha raggiunto obiettivi importanti di modernizzazione degli assetti civili e sociali. Resta però intatto il divario con le regioni del centro-nord e, ancora di più, con le aree economicamente più avanzate dell’Europa.
«È utile richiamare alcune caratteristiche dello scenario entro il quale si svolse la consultazione elettorale dell’8 maggio 1949 e la seduta del 28 di maggio del primo Consiglio regionale della Sardegna.
«Una relazione dell’ufficio del lavoro per la Sardegna nel 1949 evidenziava «l’andamento di discontinua occupazione nel settore agricolo ed anche in gran parte di quello industriale, ove i cicli di lavorazione sono brevi e discontinui». Come sottolinea Paolo Fadda, nella ricerca sulla storia della CISL in Sardegna, «il primo aspetto che caratterizzava allora il mondo del lavoro isolano era quello del lavoro generico, a giornata, tant’è che ai parlamentari dell’inchiesta parlamentare sulla disoccupazione non erano sfuggiti casi di piccolissimi proprietari che si occupano durante la primavera e l’estate dei propri modesti appezzamenti, mentre cercano occupazione in città negli altri mesi. La stessa distinzione, continua Fadda, tra bracciante agricolo, manovale edile o carovaniere al porto era, per molti lavoratori, un fatto puramente formale, dato che il loro obiettivo era la giornata».
«Secondo la commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione, istituita dalla Camera dei Deputati sul finire del 1951, il 17,2% dei lavoratori sardi erano analfabeti (8,8 il dato nazionale) ed il 48,8% senza alcun titolo di studio, neppure quello elementare (36,6 a livello nazionale).
«Nel censimento del 1951 l’apparato industriale sardo assorbiva il 16% dell’intera forza lavoro regionale, mentre più del 50% era rappresentato dell’agricoltura. Il settore terziario privato (commercio, credito, assicurazioni, servizi vari), impiegava poco meno di 40.000 addetti (1,5 per esercizio).
«Il comparto industriale appariva così costituito: settore minerario 24.550 addetti, settore manifatturiero 32.032, settore edile 10.090, settore energetico 1.829, settore trasporti 12.730.
«Le imprese industriali di una certa dimensione erano assai scarse, ed in parte concentrate nei settori dei trasporti e delle miniere.
«Sempre nella ricerca sulla storia della CISL Paolo Fadda riporta la valutazione di Paola Maria Arcari, docente presso l’Ateneo cagliaritano, e all’interno dell’inchiesta parlamentare sulla disoccupazione: «Senza il soccorso esterno la Sardegna si trova nell’impossibilità di uscire dai circoli chiusi che abbiamo indicato. Occorre cessare di chiedersi se sia lo spopolamento a creare la miseria, o la miseria a creare lo spopolamento. Se sia la povertà a provocare la mancanza di comunicazioni o viceversa. In effetti è proprio l’effetto di una crisi a diventare causa della crisi stessa».
«A distanza di sessant’anni l’industria sarda registra un valore aggiunto sul totale del 19,2% (27% a livello nazionale). Gli occupati dell’industria, edilizia compresa, rappresentano il 20% del totale; 117.000 su 583.000. Le costruzioni sono il 9,9%.
«La ripartizione degli occupati per comparto è la seguente: agricoltura 5,8% con 34.000 unità occupate, industria 20% con 117.000 unità, servizi 74,2% con 432.000 unità. Il dato sui servizi vede la Sardegna sopravanzare l’Italia con quasi 7 punti in percentuale, mentre la Sardegna registra meno attività imprenditoriali, immobiliari e di intermediazione monetaria e finanziaria.
«Il tasso di disoccupazione è invece, nell’ultimo trimestre del 2008, al 13,3%.
«Per quel che concerne i livelli di istruzione della popolazione residente di 15 anni ed oltre, i dati rilevati riportano 387.000 persone (26,8%) con licenza elementare o nessun titolo, 536.000 (37,2% ) con licenza media, 35.000 (2,5%) con qualifica professionale, 363.000 (25,1%) con diploma di maturità, 122.000 (8,4%) con dottorato, laurea e diploma universitario.
«Abbiamo riportato solo alcuni numeri per dare una sommaria idea delle differenze riguardanti essenzialmente il lavoro e la struttura produttiva tra due fasi storiche così vicine, ma anche socialmente ed economicamente abbastanza lontane.
«Eppure i problemi più rilevanti che hanno storicamente caratterizzato la questione sarda, e connotato l’intero itinerario della specialità autonomistica, sono ancora all’ordine del giorno del dibattito politico, sociale e istituzionale. Certo, si è compiuta la prima modernizzazione dell’Isola; ma restano inespresse le enormi potenzialità a causa in primo luogo delle diseconomie conseguenti al mancato riconoscimento delle specificità storico, culturali, geoterritoriali.
«In molti casi le responsabilità sono da ascrivere ai gruppi dirigenti della politica e delle istituzioni che, nei diversi periodi, hanno privilegiato più il proprio cursus honorum che il raggiungimento degli obiettivi di autogoverno, alla scarsa capacità di rappresentanza reale degli interessi da parte della politica, alle inadempienze nel patto costituzionale Stato-Regione di importanti obblighi verso l’Isola. Si pensi all’urgenza di una moderna rete stradale e ferroviaria, alla continuità territoriale delle persone e delle merci, al riconoscimento dello status di insularità, al diritto a servizi sanitari e sociali moderni ed efficienti, al diritto allo studio e ad una scuola in grado di rapportarsi ad un mercato del lavoro efficiente, ad un sistema di produzione e approvvigionamento energetico competitivo e diffuso.
«A distanza di sessant’anni dalla prima seduta del Consiglio regionale, è dunque evidente quanto si sia logorata e del tutto consumata l’idea e pratica della specialità autonomistica. Ma non sono venute meno le ragioni forti dell’autogoverno dei sardi e l’urgenza di rivedere il patto costituzionale tra la Sardegna e lo Stato attraverso una nuova Carta statutaria che riconosca nel federalismo l’organizzazione istituzionale più adeguata alle attuali necessità dell’Isola.
«Per questo la CISL chiede da anni un’assemblea costituente per la riscrittura dello statuto sardo e per inserire l’Isola, da protagonista, nel processo di integrazione dell’Europa dei popoli.
«A sessant’anni dalla prima seduta del Consiglio regionale è evidente la necessità di un nuovo modello di democrazia partecipata che porti non solo ad un nuovo patto costituzionale, ma ancora prima ad una legge fondamentale che, nel definire un federalismo interno, delinei anche una strategia di sviluppo economico e sociale al quale deve concorrere l’Italia e l’Unione europea.
«In questa direzione il lavoro e i lavoratori rappresentano un tassello prioritario e fondamentale per l’emancipazione e per la crescita sociale e culturale, così come è stato per la prima modernizzazione della Sardegna e per l’affermazione dei diritti sindacali.
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