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168/2009
Quale industria per quale Sardegna


Cagliari – La crisi dell’industria sarda è l’argomento principale sul tavolo delle segreterie sindacali. La Cisl ancora una volta, nei giorni scorsi, ha segnalato l’urgenza del problema provocato da un insieme di fattori. Il sindacato di via Ancona tra le cause dell’attuale situazione inserisce «l’assenza da diverso tempo di una politica industriale di ampio respiro, il ruolo marginale esercitato dalla Regione e la mancanza di una visione strategica d’insieme, dentro cui operare le scelte d’indirizzo nei vari settori». Tutti questi elementi hanno finito per impoverire la base produttiva relegando l’industria sarda a una dimensione di assoluta debolezza rispetto al contesto nazionale.
I numeri parlano chiaro. A fronte di un indice medio nazionale pari al 24% circa del PIL, l’industria sarda concorre per uno striminzito 13%, in ribasso negli ultimi anni. Sul versante occupazionale l’industria impiega in Italia il 25% delle forze lavoro, mentre in Sardegna tale dato si attesta attorno all’11%. Peraltro nella nostra isola il 58% degli addetti dell’industria sono occupati in edilizia.
«Tutti i settori industriali in Sardegna risultano in difficoltà. Interi segmenti produttivi – si legge in una nota della Cisl sarda - sono destinati, indipendentemente dalla sfavorevole congiuntura internazionale, ad una crisi irreversibile, in particolare il tessile, il chimico e il metalmeccanico. I settori minero-metallurgico e agro-alimentare hanno subito una vera e propria contrazione, determinando una crescita esponenziale del ricorso alla CIG straordinaria e in deroga».
A partire dal gennaio 2009, nella sola area di Portovesme si registrano oltre 1000 lavoratori in CIGS, mentre nell’agro-alimentare a livello regionale si è in presenza della chiusura definitiva degli impianti storici del settore (Valriso, Unilever, Palmera, etc.).
Le cause della crisi, seppure acuite dalla situazione generale decisamente sfavorevole, sono riconducibili in larga parte a fattori endogeni. In particolare la mancata soluzione di alcuni problemi che, seppur conosciuti da lungo periodo, risultano ampiamente irrisolti.
Il costo dell’energia, quello dei trasporti, il ritardo infrastrutturale, l’assenza di collegamento con l’Università e la Ricerca, le difficoltà di accesso al credito hanno reso il sistema Sardegna – dice la Cisl sarda - decisamente poco appetibile per assicurare la permanenza delle intraprese industriali e queste diseconomie soprattutto non garantiscono la nascita di nuova impresa.
«Urge, quindi, - dice il sindacato - un’inversione di tendenza con al centro una nuova politica di sviluppo che individui quale industria per il futuro e quali strategie necessarie al consolidamento della base produttiva, nonché un piano che indichi quale impresa e quali imprenditori servono alla Sardegna».
Il sindacato chiede alla Regione di rispondere, dopo la necessaria concertazione con le forze economiche e sociali, alle seguenti fondamentali domande:
Come creare nuova impresa? (con quali incentivi, servizi, reti infrastrutturali, viabilità, etc). Come favorire l’interazione tra Industria e Ambiente? (con un’attenzione particolare e prioritaria all’annosa questione delle bonifiche nelle aree industriali, la restituzione dei siti a nuovi insediamenti, abbattimento dei limiti d’inquinamento e recupero delle aree minerarie dismesse). Come preparare le nuove professionalità occorrenti? (rilancio della formazione professionale di primo e secondo livello, interazione scuola-mondo del lavoro).
«La Regione sarda – dice la Cisl - fin dai prossimi incontri con le forze sociali deve essere in grado di presentarsi al tavolo della contrattazione con progetti e proposte immediatamente attuativi per aggredire realmente l’emergenza industriale. La situazione non consente minimalismi e bassi profili».

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